Una storia di guerriere africane, potere e libertà può essere spettacolare senza rinunciare alle sue contraddizioni? The Woman King risponde con un kolossal d’azione ambientato nel regno di Dahomey, seguendo la generale Nanisca e il corpo militare femminile delle Agojie. Qui analizzo trama, cast, riferimenti storici, punti di forza e limiti, oltre a ciò che conviene sapere prima della visione in Italia.
Un’epopea d’azione che trasforma la storia delle Agojie in mito cinematografico
- Ambientazione nel Dahomey del 1823, nell’attuale Benin.
- Protagonista è Viola Davis nei panni della generale Nanisca.
- Le Agojie furono davvero un corpo militare femminile organizzato.
- La pellicola dura circa 135 minuti e unisce dramma storico e cinema d’azione.
- La storia è ispirata a eventi reali, ma molti personaggi e conflitti sono romanzati.

Una trama semplice solo in apparenza
La vicenda si apre nel 1823, quando il regno di Dahomey cerca di liberarsi dall’influenza dell’impero Oyo. Al centro ci sono le Agojie, guerriere addestrate a combattere e a proteggere il sovrano, guidate da Nanisca, una comandante autorevole ma segnata da traumi profondi.
Il film alterna battaglie, addestramento e conflitti politici. Nanisca deve preparare nuove reclute, tra cui la ribelle Nawi, mentre il giovane re Ghezo cerca una posizione autonoma per il proprio regno. La minaccia non arriva soltanto dai nemici vicini, ma anche dai mercanti europei e da un sistema fondato sulla cattura e sulla vendita degli esseri umani.
Io trovo efficace questa struttura perché non riduce la protagonista a una semplice eroina invincibile. La sua forza nasce dalla disciplina, ma anche dalla capacità di riconoscere gli errori del proprio mondo. Il limite è che alcune svolte familiari e sentimentali risultano più convenzionali rispetto alla parte politica e militare.
Cast e regia danno peso alla storia
Viola Davis porta nel ruolo di Nanisca una presenza fisica e drammatica rara. Non interpreta una guerriera giovane e idealizzata, ma una donna adulta che combatte con il corpo, con l’esperienza e con il peso delle decisioni. A mio avviso, è proprio questa scelta a distinguere il film da molti action contemporanei.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Regia | Gina Prince-Bythewood |
| Sceneggiatura | Dana Stevens, da una storia sviluppata con Maria Bello |
| Interpreti principali | Viola Davis, Thuso Mbedu, Lashana Lynch, Sheila Atim, John Boyega |
| Genere | Dramma storico e film d’azione |
| Durata | Circa 135 minuti |
Thuso Mbedu rende Nawi impulsiva e credibile nel percorso da ragazza ribelle a combattente. Lashana Lynch e Sheila Atim aggiungono energia alle scene corali, mentre John Boyega interpreta Ghezo come un sovrano costretto a scegliere tra prestigio, economia e sopravvivenza.
La regia lavora bene sul contrasto tra gli spazi aperti delle battaglie e quelli più chiusi del palazzo. Costumi, colori e scenografia costruiscono un’Africa precoloniale visivamente ricca, lontana dalle immagini stereotipate che per decenni hanno dominato il cinema occidentale.
Le Agojie sono esistite davvero
Il nucleo storico è reale. Le Agojie, chiamate anche Mino nella lingua fon, erano un’unità militare composta da donne che operava nel regno di Dahomey, nell’Africa occidentale. Nel XIX secolo raggiunsero una notevole importanza politica e militare, tanto da essere conosciute dagli europei come le “Amazzoni del Dahomey”.
Non erano però una formazione nata soltanto per difendere le donne o opporsi alla schiavitù. Il regno partecipava alle guerre regionali, catturava prigionieri e vendeva una parte di essi ai mercanti europei. Alcune guerriere furono reclutate volontariamente, altre arrivarono nell’esercito attraverso forme di coercizione.
La loro preparazione era durissima. Le reclute imparavano a combattere con armi da fuoco, lame e lance, affrontavano prove fisiche estreme e venivano addestrate a muoversi con disciplina in gruppo. Le fonti storiche indicano inoltre diverse specializzazioni, tra cui arcieri, fuciliere, cacciatrici di elefanti e combattenti armate di rasoi.
La pellicola restituisce bene il senso di appartenenza e la forza collettiva del corpo militare. Io credo però sia importante non confondere la rappresentazione di donne potenti con l’idea di una società egualitaria. Le Agojie avevano prestigio e autonomia relativa, ma restavano inserite in una monarchia fortemente gerarchica.
Dove la fiction modifica la storia
Il film dichiara di essere ispirato a eventi reali, non una ricostruzione documentaria. Ghezo è una figura storica e nel 1823 riuscì effettivamente a liberare Dahomey dal tributo imposto dall’Oyo. Nanisca e Nawi, invece, sono personaggi costruiti unendo nomi e tracce di persone realmente esistite in epoche diverse.
La maggiore libertà riguarda il rapporto con la tratta degli schiavi. La storia presenta Nanisca come una voce contraria a quel sistema e suggerisce una possibile transizione verso il commercio dell’olio di palma. Nella realtà, Ghezo interruppe ufficialmente la partecipazione di Dahomey alla tratta soltanto nel 1852, dopo forti pressioni britanniche, e il regno continuò a essere coinvolto nel traffico per gran parte del suo regno.
Questa scelta ha generato critiche comprensibili. Il film vuole raccontare emancipazione e orgoglio africano, ma rischia di rendere più semplice una storia che comprende anche schiavitù, sacrifici umani e violenza interna. Per me, il modo corretto di guardarlo è accettare il suo carattere di mito storico, senza usare la trama come se fosse una lezione completa sul Dahomey.
Il confronto con Black Panther viene spontaneo, perché le Dora Milaje sono state ispirate proprio alle guerriere del Dahomey. La differenza è che qui il regno non è immaginario e il film deve quindi gestire una responsabilità maggiore nel mostrare il passato.
Perché funziona come film d’azione
Le scene di combattimento sono il principale motore dello spettacolo. La coreografia privilegia scontri ravvicinati, attacchi coordinati e movimenti rapidi, evitando di trasformare ogni guerriera in una supereroina senza limiti. L’azione è fisica, spesso brutale, ma resta leggibile anche nei momenti più concitati.
Gina Prince-Bythewood costruisce le battaglie come momenti di identità collettiva. Le Agojie non vincono soltanto grazie alla forza individuale, ma perché conoscono il terreno, si muovono insieme e trasformano la disciplina in una forma di libertà. È un’idea semplice, ma visivamente molto efficace.
La parte meno convincente è il ritmo. Con una durata di oltre due ore, il film dedica spazio a sottotrame romantiche e familiari che non hanno sempre la stessa intensità del conflitto politico. Io avrei preferito qualche scena in più sulle decisioni del re e sulle conseguenze economiche della guerra, e qualche sviluppo sentimentale in meno.
Resta comunque una produzione importante per la storia del cinema commerciale. Porta al centro donne nere adulte, guerriere e politicamente influenti, senza relegarle al ruolo di comprimarie. Anche quando la sceneggiatura segue formule note, questa prospettiva modifica il punto di vista del genere.
Vale la pena vederlo in Italia
La risposta è sì, soprattutto se si cerca un film d’avventura con una forte componente storica e una protagonista carismatica. Non lo consiglierei invece a chi desidera una ricostruzione rigorosa del Dahomey, perché la sceneggiatura semplifica diversi passaggi e concentra il racconto su una lotta morale molto netta.
In Italia il film è uscito al cinema il 1° dicembre 2022. Nel 2026 la disponibilità digitale può cambiare in base al catalogo e ai diritti, ma il titolo risulta generalmente reperibile attraverso formule di noleggio o acquisto online più che come presenza stabile in abbonamento.
- Sceglilo se ami i kolossal storici con combattimenti ben coreografati.
- Guardalo per la prova di Viola Davis e per il lavoro sulle dinamiche del gruppo.
- Affrontalo con spirito critico se ti interessa la storia della schiavitù nell’Africa occidentale.
- Evitalo se cerchi un documentario o una biografia fedele di una singola guerriera.
La forza del film sta anche nelle sue contraddizioni
Questa epopea funziona quando mostra donne che conquistano autorità dentro un sistema ancora patriarcale, e perde precisione quando trasforma la complessità storica in una contrapposizione troppo ordinata tra liberatori e oppressori. È proprio questa tensione a renderla interessante da discutere.
Il mio giudizio finale è positivo, con una riserva precisa. La pellicola offre azione, interpretazioni solide e una prospettiva rara, ma va accompagnata dalla consapevolezza che il passato reale era più ambiguo e doloroso di quello rappresentato sullo schermo.